Analisi

Cambiamenti climatici, un nuovo ruolo per i risk manager

Il compito dei risk manager è reso più difficile dal dover affrontare e mitigare tipologie di rischio la cui dinamica non è governabilè, perché totalmente esogena al sistema azienda

05 Set 2020

Carlo Cosimi

vicepresidente ANRA – Associazione Nazionale dei Risk Manager e Responsabili Assicurazioni Aziendali

L’emergenza Covid ha totalizzato l’attenzione di governi, cittadini e imprese, mettendo in secondo piano il problema ambientale. Il cambiamento climatico e gli eventi meteorologici estremi costituiscono tuttavia un rischio reale ed estremamente vicino, che non permette più di essere ignorato, eppure le aziende ancora non sembrano essere sufficientemente pronte ad affrontarlo. Qual è il ruolo del risk manager?

Negli ultimi mesi, le urgenze legate alla pandemia sembrano aver rubato la scena all’altra grande emergenza dei nostri tempi, per la quale, purtroppo, non esiste alcun vaccino possibile. Il cambiamento climatico è un problema globale, paventato per anni nei suoi effetti drammatici, che ora sta manifestando concretamente il proprio impatto con eventi sempre più frequenti e catastrofici da cui nessun Paese può considerarsi immune. I rischi pandemici hanno velocemente scalato la classifica delle minacce maggiormente percepite a livello planetario, ma il cambiamento climatico è presente ai primi posti di queste liste da anni e con valide ragioni, perché ha potenziali conseguenze ancora più devastanti.

Uno shock sistemico di proporzioni ampie

Le modifiche climatiche non impatteranno solo sul genere umano e sul suo sistema economico e sociale, ma avranno effetti su tutti gli ecosistemi viventi, animali e vegetali, fino a ridisegnare l’oromorfologia dei territori: secondo recenti stime dell’Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), se non si provvederà a limitare i livelli di emissioni attuali di gas nocivi all’atmosfera, entro il 2090 il previsto innalzamento del livello del mar Mediterraneo, compreso tra i 18 e i 30 cm, porterà alla perdita nella sola Italia di oltre 5.600 km quadrati di territorio, e più di 385 km di costa. Ma gli impatti sono visibili già ora, nell’aumento della frequenza e dell’intensità delle manifestazioni climatiche e nella scia di conseguenze che queste comportano, con sofferenze e perdite di vita, sconvolgimento degli ecosistemi e delle biodiversità, e con imponenti fenomeni migratori di intere popolazioni, alla ricerca delle poche zone che potranno permettere ancora adeguate e sicure condizioni di vita.

Il Global Report on Internal Displacement pubblicato dall’Internal Displacement Monitoring Centre, ha registrato nel 2018 30,6 milioni di sfollati interni (che si spostano cioè da una regione a un’altra all’interno di uno stesso continente), più del numero dei rifugiati internazionali, e per il 61% di essi la causa era collegata al cambiamento climatico (catastrofi naturali, siccità, inondazioni ecc.). In molte aree geografiche sono queste le motivazioni alla base della maggior parte degli spostamenti, più delle guerre e dei conflitti: in Asia orientale e Pacifico (8,6 milioni contro 705.000), Asia meridionale (2,8 milioni contro 634.000), America (4,5 milioni contro 457.000), Europa e Asia centrale (66.000 contro 21.000).

Così, mentre le immediate ricadute della pandemia dominano la percezione dei rischi da parte delle aziende, i cambiamenti climatici continuano ad avanzare preparando il terreno per quello che – come ha ricordato il WEF nel “COVID-19 Risks Outlook: A Preliminary Mapping and Its Implications”, pubblicato qualche settimana fa – si preannuncia come uno shock sistemico di proporzioni ancora più ampie. La stragrande maggioranza del mondo scientifico raccomanda di contenere il riscaldamento globale a non più di 1,5° C, un obiettivo per cui sarà necessario azzerare le emissioni di CO2 ben prima del 2050 e dimezzarle entro il 2030, impresa quasi disperata vista la resistenza di molti Paesi a tagliare l’utilizzo di combustibili fossili, e il mancato rispetto dei vari protocolli ambientali internazionali sottoscritti.

È la sfida chiave del nostro tempo, una sfida che abbiamo l’obbligo morale di affrontare entro i prossimi due decenni per evitare di lasciare un segno irreversibile sul futuro delle prossime generazioni.

Modelli di gestione dei rischi compatibili con il cambiamento climatico

In questo contesto, anche la comunità professionale dei risk manager da tempo si interroga su come implementare modelli di gestione dei rischi compatibili con l’orizzonte del cambiamento climatico, e su come sensibilizzare sempre di più le aziende per le quali lavorano. Tradizionalmente, l’approccio metodologico della disciplina prevede di ragionare su frequenza e impatto dei rischi, lavorando su orizzonti sia di breve che di medio/lungo termine.

Quello che tuttavia, in questa specifica circostanza, rende particolarmente complesso il compito dei risk manager, è il dover affrontare e mitigare tipologie di rischio la cui origine e dinamica non è governabile, perché totalmente esogena al sistema azienda, dove le uniche azioni messe in campo possono essere preventive, basate su assunzioni e modelli predittivi. Pertanto, nel breve periodo la gestione di questi rischi si delinea attraverso una mappatura costantemente revisionata dell’esposizione e degli impatti sui siti produttivi, un monitoraggio sulla sicurezza del proprio capitale umano, sulla continuità dell’attività aziendale in relazione al manifestarsi degli effetti diretti di inondazioni, frane, cedimenti di infrastrutture, ma anche di tempeste elettriche e magnetiche di grande intensità che possono provocare blackout sulle reti di trasmissione elettrica e di comunicazione mondiale.

Ancora più complessa è poi l’analisi di tutti gli effetti indiretti e consequenziali derivanti da tali fenomeni. Esemplificando, se finora il perimetro di analisi del risk manager si limitava alla valutazione del rischio climatico relativo alla localizzazione dei propri siti produttivi, d’ora in avanti sarà necessario implementare nei modelli di gestione del rischio anche una serie di informazioni analoghe inerenti quei fornitori strategici che devono garantire la business continuity, oltre a riflessioni su come potrebbe cambiare la domanda dei consumatori. Servirà un raggio d’osservazione più ampio, e le considerazioni derivate da queste nuove analisi andranno tradotte in opportune azioni di mitigazione, ad esempio diversificando i propri canali di approvvigionamento per evitare di dover bloccare la produzione a causa dell’esondazione di un torrente adiacente all’impianto produttivo del fornitore.

Conclusioni

Per i risk manager, ampliare il proprio perimetro di visione e la libertà d’azione sarà possibile solo accedendo a una posizione più alta nella piramide aziendale, un luogo d’osservazione che consenta loro una visione olistica, soprattutto se l’obiettivo è quello di strutturare una strategia di gestione dei rischi a medio e lungo termine, come imposto dagli effetti sistemici dei cambiamenti climatici.

L’azione del risk manager all’interno dei sistemi aziendali sarà dunque tanto più efficace quanto saprà essere incessantemente persuasiva verso il top management, per indirizzarlo verso modelli di business sostenibili tramite l’adozione di processi e pratiche rispettosi della responsabilità sociale, non soltanto verso l’ecosistema naturale che ci accoglie ma verso tutti gli stakeholders che gravitano nell’orbita degli interessi aziendali. Attraverso la sua continua azione di gestione dei rischi e l’interlocuzione privilegiata con i vertici apicali, il risk manager potrà essere volano di un cambiamento culturale, interagendo fortemente con le altre funzioni aziendali e accompagnandole verso una nuova visione.

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Carlo Cosimi
vicepresidente ANRA – Associazione Nazionale dei Risk Manager e Responsabili Assicurazioni Aziendali

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