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Smart working: tra gender gap e divario generazionale

Realizzata da ANRA e Aon, la ricerca “Lo smart working in Italia, tra gestione dell’emergenza e scenari futuri” evidenzia le opinioni contrastanti tra diverse generazioni e sottolinea il forte gap uomo/donna che comunque si riduce al diminuire dell’età

07 Lug 2020

Claudia Costa

Oltre al perdurare del gender gap, è un divario tutto generazionale quello che emerge da una ricerca sullo smart working “Lo smart working in Italia, tra gestione dell’emergenza e scenari futuri” condotta da ANRA, Associazione Nazionale Risk Manager e Aon, società di consulenza in rischi e risorse umane, intermediazione assicurativa e riassicurativa. Al centro dell’indagine: percezioni ed opinioni riguardo il lavoro da remoto prima della pandemia da Covid-19, ma anche gli effettivi vantaggi e svantaggi riscontrati dopo l’emergenza, quando per molti è entrato nella “normalità”. I dati raccolti offrono una nitida fotografia della situazione attuale, evidenziando aspettative diverse da una fascia di età all’altra soprattutto in merito ad aspetti che, fino ad oggi, erano stati poco considerati.

“Tutti ci siamo adattati ad un nuovo modo di lavorare, cercando ogni giorno di conciliare questa nuova condizione alle esigenze della vita familiare, per la prima volta mescolando sentimenti personali ed emozioni con il lato professionale della nostra esistenza. In questo contesto, anche la diversità e l’inclusione sono diventati strategicamente importanti, e assieme a flessibilità ed autenticità ci rendono adattabili ai cambiamenti”, commenta Gabriella Fraire, Consigliera ANRA.

Smart working: tra aspettative e realtà

Prima della pandemia da Coronavirus, solo il 31% dei dipendenti poteva usufruire del lavoro agile (e non su base quotidiana). I giovani (under 35) erano convinti che la principale problematica consistesse nella pianificazione, gestione e controllo delle attività (57%). Hanno invece scoperto che l’avversario più temuto è la solitudine: il 56% ha sofferto il poco contatto con i colleghi, l’impossibilità di vivere la socialità del contesto aziendale e coglierne le opportunità di crescita professionale e personale.

Al centro delle preoccupazioni della fascia 36-55 anni, oltre ai possibili problemi gestionali, c’era la mancanza di strumentazione idonea (30%), comprensibile per generazioni che non sono cresciute circondate da device e iper connesse. Una difficoltà che si è rivelata marginale rispetto, ad esempio, alla mancanza di separazione tra ambiente di lavoro e ambiente domestico (49%): durante il lockdown, quasi tutte le famiglie si sono trovate a dover condividere gli stessi spazi cercando di far convivere esigenze diverse, e questo ha di fatto creato stress e difficoltà organizzative.

Gli over 56 condividevano la preoccupazione relativa alla strumentazione, e abituati a modalità di confronto tradizionali, ritenevano che lo smart working avrebbe comportato problemi nel rapportarsi con clienti e terze parti (28%). All’atto pratico, si sono accorti che la vera difficoltà stava nel riuscire ad interagire con colleghi e dipendenti (45%): a pesare è stata la minore familiarità con gli strumenti digitali, ma soprattutto la forte mancanza di una cultura aziendale basata su un rapporto fiduciario tra vertici e team.

Diversi benefici per diverse generazioni

Nonostante l’adozione emergenziale e repentina dello smart working, i lavoratori italiani ne hanno sperimentato anche i benefici, tanto che nel 48% dei casi si dicono certi che questa modalità rimarrà quella prevalente anche in futuro. Anche su questo fronte, però, le differenze fra generazioni sono evidenti.

Gli under 35 hanno riscontrato il risparmio economico (52%) e il maggior equilibrio tra vita privata e professionale. Per le fasce più mature il vantaggio più evidente è la possibilità di gestire con maggiore autonomia gli orari di lavoro (47% nella fascia 36-55 e 53% oltre i 56 anni). Per il 42% degli over 56 è stato un pro la diminuzione dello stress correlato agli spostamenti lavorativi e agli ambienti professionali caotici: da ricordare che sono la fascia che più di frequente viaggia(va) per lavoro, nonché la meno abituata ai sempre più diffusi open space.

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Lo svantaggio universalmente riscontrato è stata l’enorme difficoltà nel limitare le ore dedicate al lavoro, con un picco del 60% per gli under 35.

Il lavoro da remoto per l’inclusività di genere

Durante il lockdown, la quota più alta di lavoratori in smart working si è registrata tra le donne che hanno raggiunto quota 87% contro il 76% degli uomini. Non è un caso, perché le posizioni apicali in azienda, che portano a spostamenti o necessitano di incontri in presenza più frequenti, sono ancora in gran parte appannaggio maschile.

Questo gap uomo/donna, evidente nella fascia d’età over 56, dove solo il 16% dei professionisti è donna, si abbassa però al diminuire dell’età. Questo sottolinea un crescente riconoscimento della parità di genere in campo professionale, un equilibrio che si riscontra già tra i professionisti più giovani: nella fascia under 35, infatti, la componente femminile raggiunge il 51%.

In attesa di un reale cambio di paradigma, il lavoro agile può costituire un aiuto prezioso per le donne, infatti, permette un risparmio di tempo (49%), un miglior equilibrio tra vita privata e professionale (43%) e molto meno stress (41%).

Immagine fornita da Shutterstock.

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